Sentenza Cassazione Ex Ilva: salute pubblica, vincoli UE e il futuro dello stabilimento di Taranto
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A meno di 24 ore dalla sentenza delle Sezioni Unite, il verdetto sul polo siderurgico deciderà se la tutela della vita umana debba prevalere sulle esigenze produttive o cedere il passo ai tecnicismi giuridici.
Mancano meno di 24 ore alla sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sull’impianto siderurgico ex Ilva di Taranto. Si tratta di un pronunciamento cruciale, che va ben oltre lo specifico caso pugliese e investe un principio universale: se il diritto fondamentale alla salute debba ricevere la medesima, o superiore, tutela giuridica rispetto al diritto all’occupazione. Su questa bilancia pesano in termini opposti, da un lato, il parere del Procuratore Generale e, dall’altro, la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Il bivio tra continuità produttiva e i vincoli di Bruxelles
La Procura Generale ha sollevato dubbi sulla legittimità di un fermo netto della produzione che, nei fatti, equivarrebbe alla chiusura definitiva di Ilva . Al contrario, la Corte di Giustizia UE ha fissato tre vincoli difficilmente superabili. Il primo smonta la tesi difensiva di Ilva, secondo cui la direttiva IED 2010/75 sulle emissioni tutelerebbe unicamente l’ambiente e non la salute umana. I giudici europei hanno demolito questo assunto, affermando che il termine “inquinamento” nel diritto dell’Unione include espressamente i danni alla salute e che la Valutazione del Danno Sanitario (VDS) è un tassello obbligatorio per il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). In sintesi: una fabbrica che inquina oltre gli standard di accettabilità biologica non può ottenere l’AIA.
Nuove sostanze nocive e lo stop alle proroghe dei decreti “Salva-Ilva”
Il secondo vincolo europeo impone la valutazione di tutti gli inquinanti: è inutile rispettare i limiti delle sostanze “storiche” ignorando i nuovi agenti nocivi emersi dalla ricerca scientifica. Il terzo vincolo prevede il blocco immediato dell’attività industriale in presenza di danni accertati. Citando l’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 75, la Corte europea ribadisce che, se una violazione rappresenta un pericolo immediato per la salute o minaccia l’ambiente, l’autorità competente deve disporre la sospensione dell’esercizio finché non viene ripristinata la conformità. La normativa UE vieta le proroghe in caso di gravi pericoli, mentre l’Italia ha utilizzato per oltre dieci anni i decreti “Salva-Ilva”, confidando che il tempo servisse a completare l’ambientalizzazione senza fermare i motori.
Il parere del Procuratore Generale e il rischio di un precedente industriale
Il parere non vincolante del Procuratore Generale presso la Cassazione, articolato in 23 pagine, confuta alcune tesi della Corte d’Appello di Milano, riaccendendo le speranze dei ricorrenti aziendali. Il PG definisce “non provata” la fuga di amianto poiché la sostanza risulterebbe incapsulata nei coperchi, contestando la decisione milanese che vi individuava un grave pericolo sanitario. Secondo il PG, assecondare la linea di Milano creerebbe un precedente pericoloso: se anche l’amianto totalmente incapsulato e sicuro giustificasse uno stop industriale, si rischierebbe la chiusura di moltissime fabbriche in Italia. Il parere contesta inoltre i limiti di emissione delle polveri sottili.
La contromossa dei cittadini: i dati ISS e il Principio di Precauzione
Queste tesi sono state duramente contrastate dai legali dei cittadini di Taranto. Gli avvocati accusano la Procura Generale di aver ignorato le relazioni ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), allegate agli atti, che certificano il nesso di causalità diretta tra le emissioni del polo siderurgico, l’eccesso di patologie tumorali e la mortalità nell’area jonica. Nel ricorso si evidenzia come l’amianto presente nei “cowpers” (i preriscaldatori d’aria degli altiforni) sia in realtà deteriorato e sottoposto a vibrazioni continue, che aumentano il rischio di sfibramento e dispersione nell’aria. Viene infine richiamato il Principio di Precauzione: l’assenza di una certezza scientifica assoluta non può mai essere una scusa per differire le misure dirette a prevenire un danno grave o irreversibile alla salute pubblica.
Gli scenari di domani: l’ipotesi del rinvio e lo “scudo” del Governo
Cosa succederà domani? Pur di fronte alle evidenze sulle patologie generate dall’attività dello stabilimento, si può ipotizzare – con l’auspicio di sbagliare – che la Cassazione sceglierà la via del rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia (ex art. 267 TFUE). Una simile opzione congelerebbe la sentenza di Milano in attesa di una risposta da parte dei giudici dell’Unione, con tempi stimabili tra i 13 e i 20 mesi. Nel frattempo, per evitare lo spegnimento dei forni, scatterebbe il decreto “Salva Impianti” (D.L. 185/2026) varato d’urgenza dal Governo, permettendo a Ilva di continuare a produrre sotto misure di sicurezza temporanee.
Tecnicismi contro Costituzione: Taranto aspetta una risposta definitiva
I precedenti storici inducono a un certo pessimismo: spesso la Cassazione si concentra sulla corretta applicazione delle regole procedurali piuttosto che sulla sostanza del rischio sanitario che i tarantini vivono ogni giorno da tre decenni. Domani vedremo se i giudici sceglieranno la strada del tecnicismo giuridico e autorizzativo (sposando le tesi del PG sull’amianto e sui limiti di legge) o se faranno valere la linea costituzionale che pone la salute al di sopra di ogni esigenza economica. In ogni caso, resta sullo sfondo il macigno della sentenza della Corte di Giustizia del 25 giugno 2024: un confine invalicabile che ha già bocciato la strategia dei continui scudi penali e dei decreti di proroga.

