Hormuz e la Geopolitica dell’Energia: Crisi e Mercati Globali
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Un teatro l’annuncio del viaggio nel Golfo che fa a pugni con i numeri. Lo scorso anno sono transitati da Hormuz mediamente 13 milioni di barili al giorno e gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar per 110 miliardi di metri cubi l’anno. Una quantità di gas pari a un quarto del mercato globale. L’economia globale dipende dalle fonti fossili, in particolare dal petrolio, con un consumo quotidiano che varia tra i 104 e i 106 milioni di barili al giorno a seconda che la stima la faccia l’IEA o l’OPEC. L’immagine fisica di tale consumo è visibile se immaginassimo di mettere uno sopra l’altro i barili di petrolio, che sono alti 88 centimetri, ottenendo una “torre di barili” alta 92.400 chilometri. Volendo introdurre anche l’antica polemica sul Picco di Hubbert e considerando le riserve che hanno un senso economico, ovvero che la quantità di energia e quindi il costo per estrarle sia inferiore alla quantità di energia contenuta nel barile estratto. Nel 2024 risultavano accessibili 1.567 miliardi di barili e lo scorso anno 1.303 miliardi, quindi, considerando costante in teoria la domanda di consumi, la disponibilità teorica è di 34 anni e mezzo, prescindendo dai limiti che la concentrazione di carbonio emesso durante la combustione impone ai fini del riscaldamento globale e del connesso cambiamento climatico. L’OPEC e alcuni istituti di ricerca affermano che nuove scoperte, le innovazioni nelle tecniche estrattive, il risparmio e l’uso razionale dell’energia allungano di altri sei anni il limite del petrolio. Limite temporale che coincide con il Picco di Hubbert, che indica il momento in cui la capacità di offerta inizia a decrescere mentre la domanda continua ad aumentare spinta dall’innovazione (esempio: data center e intelligenza artificiale). Tornando alla questione “Hormuz”, il petrolio che non passa dallo stretto equivale alla perdita giornaliera di tutta la produzione degli Stati Uniti. La guerra non accenna minimamente a terminare e la scelta di attaccare l’Iran si sta rivelando costosissima, soprattutto per l’Europa. Le banche centrali, BCE compresa, timidamente annunciano una variazione dei tassi di interesse per combattere l’inflazione conseguente all’aumento dei costi dell’energia. Inevitabile la conseguenza sulla crescita. Sia chiaro, e questo spiega il viaggio della Presidente del Consiglio in Arabia Saudita, che soluzioni logistiche alternative allo stretto di Hormuz esistono e coincidono con pipeline di Emirati Arabi Uniti e Arabia, ma per volumi limitati e pari a 7 milioni di barili al giorno. Rispetto al blocco dei 13 milioni di barili al giorno in transito dallo Stretto, i volumi transitabili sulla pipeline e quelli esportabili dall’Iran, pari a 1,6 milioni di barili al giorno, sono quasi nulla! Dalla sola Arabia Saudita ogni giorno transitano per Hormuz 5,5 milioni di barili. Il blocco ha inciso fortemente sui costi assicurativi. Forse non per tutti è sufficientemente chiaro che la conformazione dello Stretto di Hormuz e le opzioni di sabotaggio (droni kamikaze, barchini) rendono problematico l’intervento di ripristino del passaggio delle petroliere, possibile solo con l’uso di soldati dedicati alle scorte. Il prezzo del petrolio Brent ieri, 3 aprile, aveva sfondato i 109 dollari, mentre a gennaio era a 60 dollari.
Gli effetti di questa variazione che non è definitiva non si è ancora scaricato sul consumatore finale e interesserà merci e servizi. Le stime attuali di banche ed istituti di ricerca finanziari stimano che per ogni aumento di 10 dollari l’effetto sulla crescita del PIL è dell’uno per mille e sull’inflazione di mezzo punto percentuale. Una prospettiva di stagflazione o peggio di recessione ! Chi trae benefici da questa situazione e chi viene penalizzato? Viaggi istituzionali se ne possono fare anche tantissimi ma il mercato del petrolio è comunque spot e ogni investitore può comprare petrolio dove gli pare senza alcun vincolo. Dove si dirigono le petroliere al netto di Hormuz dove il prezzo di vendita è più alto. Viene meno il petrolio venezuelano, iraniano , degli emirati e dell’Arabia Saudita ? Si compra altrove in un contesto di competizione durissima per garantirsi il residuo di offerta di petrolio concorrendo all’aumento del prezzo. La Cina sembra la più preparata ad affrontare la crisi se organismi ed agenzie internazionali di settore dicono che ha una autonomia di petrolio di sei mesi. Se consideriamo il gas GNL è noto che l’impianto più grande del mondo quello di RasLaffan e quello di Mesaieed nel Quatar hanno cessato la produzione di GNL perché colpiti dall’Iran e ci vorranno almeno tre anni per riprendere la produzione. Esportavano 110 miliardi di metri cubi l’anno. La grande criticità si riscontra in Europa anche a causa degli stoccaggi ai minimi : Olanda 10% riempimento, 27% Germania , 50% Italia e tra qualche mese si dovrà pensare allo stoccaggio per l’inverno. Il prezzo del gas è cresciuto molto. Illusi dalla possibilità che era sufficiente approvvigionarsi dalle gasiere e il problema era risolto senza l’angoscia degli stoccaggi. La disponibilità di GNL è stata intaccata dal meteo negli USA e dalla guerra. Stiamo correndo un rischio che sembra diventare sempre più certezza cioè il prolungarsi della guerra con lo stretto di Hormuz e ora visti la ripresa degli attacchi degli Houti anche di Suez infrazione, recessione e inverno al freddo scongiurato unicamente dalla ricostituzione degli stoccaggi a prezzi altissimi. Ricordarsi del MWH quattro anni fa a 350 euro! Sono trascorsi 35 giorni dall’inizio della operazione non si intravede la fine. A differenza della guerra di giugno 2025 gli iraniani si sono convinti che lo scontro è una battaglia per la sopravvivenza stessa della Repubblica islamica. Raccapricciante la dichiarazione del presidente dell’Iran un “ dovere e un diritto legittimo vendicare l’uccisione di Khamenei e di ali funzionari “. Oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno subito il peso maggiore degli attacchi di rappresaglia iraniani contro i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, affermando di aver risposto al lancio di 23 missili balistici e 56 droni.


Carlo Calenda (fonte: https://www.facebook.com/share/v/1LLGZNrJzn/?mibextid=wwXIfr), l’analisi sulla vulnerabilità europea è lucida e necessaria. Ma se la NATO non è più la nostra assicurazione sulla vita, la risposta non può essere solo finanziaria (i 1000 miliardi). La risposta deve essere strutturale e tecnologica.
Come Rete SPAC – Azione, in Puglia, stiamo lavorando su un modello che può essere la ‘messa a terra’ operativa della tua visione. Per costruire quel ‘muro antidroni e antimissile’ e garantire la sicurezza, non servono solo capitali, servono infrastrutture di intelligenza decentralizzate.
La nostra proposta è questa:
1. Sovranità dai territori: La difesa europea deve passare per una rete di nodi industriali e di ricerca (come quello che stiamo costruendo in Capitanata) che non deleghino a terzi (USA o Cina) la tecnologia di gestione dei dati e dei sensori (es. PALANTIR, come discusso nel gruppo).
2. Dal Debito al Progetto: I 1000 miliardi saranno utili solo se gestiti attraverso un metodo di governance che impedisca la dispersione in mille rivoli burocratici. Noi proponiamo che tali fondi siano veicolati attraverso soggetti giuridici di filiera che integrino Cibo-Acqua-Energia-Difesa, rendendo ogni territorio un presidio di resilienza.
3. Il ‘Muro’ come architettura: Quell’infrastruttura di difesa deve nascere dall’integrazione di tecnologie civili e militari gestite sotto controllo europeo. Se l’Europa vuole essere sovrana, deve padroneggiare i dati del suo territorio.
La Puglia è pronta a essere un laboratorio per questo metodo: un’Europa che si difende non solo con i missili, ma con la capacità di alimentare e proteggere la sua economia in modo autonomo. Non mancano i soldi, manca il metodo di integrazione delle competenze. Noi siamo pronti a declinare la tua visione politica nel protocollo operativo di Rete SPAC