La sfida del clima si gioca in orbita: i satelliti a caccia dei “super-inquinanti” climalteranti
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Il gruppo di lavoro 1, già nel sesto Rapporto IPCC (Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) del 2021, puntava il dito, oltre che sul biossido di carbonio, sul metano. Rilevava l’esigenza di accelerare la mitigazione dei cambiamenti climatici, soprattutto attraverso la riduzione dei cosiddetti “super-inquinanti” a breve durata: carbonio nero, metano, ozono troposferico e idrofluorocarburi, abbreviati in HFC. (Il carbonio nero è il materiale fuligginoso e scuro emesso dalle centrali elettriche a carbone, dai motori a gas e diesel e da altre fonti. Il suo potere di intrappolare il calore è il doppio di quanto si pensasse solo pochi anni fa, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research). La velocità deve diventare il parametro chiave di tutte le strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici: una rapida riduzione del riscaldamento globale prima che porti a ulteriori retroazioni. L’anidride carbonica è il principale gas responsabile dell’effetto serra, ma non il solo. Si stima che circa un terzo del riscaldamento globale, dalla rivoluzione industriale in avanti, sia stato causato dalle emissioni di metano (CH4). La sua concentrazione in atmosfera è stabilmente cresciuta negli ultimi decenni e oggi è pari a circa 1.930 parti per miliardo (ppb). Il potere climalterante del metano è decine di volte superiore a quello della CO2, il suo tempo di permanenza in atmosfera è molto più ridotto, nell’ordine delle poche decine di anni (l’anidride carbonica invece permane in atmosfera per oltre un secolo prima di degradarsi). Nel Rapporto IPCC si sottolinea l’urgenza di ridurre le emissioni di metano e si specifica che, per contenere l’aumento della temperatura media entro 1,5°C, bisogna eliminare circa il 30% delle attuali emissioni di metano entro il 2030 e il 45% entro il 2040.
A livello globale, le emissioni di metano provengono principalmente dal settore agricolo (40%), dai combustibili fossili (35%), dai rifiuti organici (20%) e dalla fusione del permafrost (il suolo perennemente gelato) canadese, siberiano e alaskano. Tra tutte le azioni di contrasto al riscaldamento globale, la riduzione delle emissioni di metano è quella che può dare i maggiori risultati nel più breve termine. Il dimezzamento della concentrazione farebbe risparmiare 0,3°C di riscaldamento globale, un contributo essenziale per mantenere le temperature al di sotto dei 2°C, possibilmente di 1,5°C, come richiesto dall’Accordo di Parigi. La maggior parte del metano che la società rilascia in atmosfera proviene dal settore agricolo, seguito da quello energetico che ne produce poco più di un terzo del totale. Esiste poi un problema molto serio segnalato dalla IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia). Le multinazionali del petrolio e del gas dichiarano una quota minima delle emissioni di metano che producono: 5 milioni di tonnellate, il 95% in meno di quante ne stima la IEA. Un lavoro pubblicato su Science nel 2018 aveva trovato che le emissioni di metano negli Stati Uniti erano il 60% più elevate di quanto stimato anche dall’Agenzia statunitense di protezione dell’ambiente. Due anni fa è stato lanciato in orbita il satellite MethaneSAT, che rileva le emissioni di metano risalendo direttamente alla fonte di emissione.
Relativamente al permafrost, già nel 2010 fu lanciato l’allarme da ricercatori russi e svedesi che avevano osservato nei mari della Siberia centrale ed orientale un rilevante flusso continentale di metano proveniente dai fondali della piattaforma. Comunque, le emissioni marine provengono sia dalla decomposizione degli idrati di metano presenti sotto il permafrost, sia terrestre che marino, sia dall’accelerata fermentazione anaerobica causata dall’aumento di temperatura dei sedimenti organici dei fondali, e il metano fuoriesce sotto forma di bolle. Inoltre, nelle piattaforme continentali e sotto i fondali degli oceani è presente una grande quantità di metano sotto forma di cristalli di clatrati idrati. Ogni anno, denuncia l’IEA, l’industria dei combustibili fossili perde in atmosfera circa 260 miliardi di metri cubi di metano. Tre quarti di questi potrebbero venire recuperati, ovvero più di quanto l’Europa, prima della guerra in Ucraina, importava dalla Russia in un anno (circa 155 miliardi di metri cubi). Resta comunque il grande rischio legato alla vulnerabilità dell’Artico, che dimostra l’urgenza della sfida. Già tra il 1979 e il 2011, l’estensione del ghiaccio marino artico estivo si è ridotta del 40%. Entro uno o due decenni, l’Artico potrebbe diventare in gran parte privo di ghiaccio durante l’estate e perdere completamente il resto del suo scudo termoriflettente. La completa scomparsa del ghiaccio marino artico durante i mesi estivi immetterebbe nell’atmosfera l’equivalente di 1000 miliardi di tonnellate di CO2, oltre un terzo delle 2.400 miliardi di tonnellate emesse nei 270 anni trascorsi dall’inizio della Rivoluzione Industriale. Ciò renderebbe irraggiungibile l’obiettivo di 1,5 gradi Celsius e ci esporrebbe al livello ancora peggiore di 2 gradi Celsius, 25 anni prima di quanto previsto attualmente. Il riscaldamento prodotto dalla perdita del ghiaccio marino artico estivo minaccia di innescare un secondo ciclo di retroazione, accelerando ulteriormente lo scioglimento del permafrost e rilasciando le antiche riserve di metano e protossido di azoto, causando un ulteriore riscaldamento. Esiste anche il rischio che, con il riscaldamento dell’Oceano Artico, una maggiore quantità di metano possa essere emessa dai fondali bassi della piattaforma artica della Siberia orientale. Se in questo decennio si verificasse un’ingente emissione di metano dalla piattaforma artica della Siberia orientale, si potrebbe aggiungere fino a 0,6 gradi Celsius di riscaldamento entro il 2040, anticipando di 15-35 anni il rischio di raggiungere la soglia dei 2 gradi Celsius.

