Una sfida epocale
L’uomo, grazie alle sue straordinarie capacità della sua evoluzione culturale si è allontanato progressivamente dalla natura, ovvero dall’insieme dei sistemi naturali dai quali deriva. Un processo lungo e complesso che, si è fortemente accentuato dall’inizio della Rivoluzione industriale intorno al 1750, rispetto al periodo complessivo di circa 300 mila anni che costituisce il periodo di vita della nostra specie l’homo sapiens sulla Terra. Questo allontanamento fisico ma anche culturale dalla natura, affogati nella quotidianità dei nostri sistemi urbani ci ha fatto pensare di poter fare a meno della natura, come se non ne avessimo bisogno. La scienza invece dimostra, che gli uomini, le specie viventi sono strettamente dipendenti dai sistemi naturali e fortemente collegati a essi. L’evoluzione e lo sviluppo del pensiero economico nella quotidianità hanno invece messo al centro un ideale di uomo, l’Homo Oeconomicus al quale il pensiero economico attribuisce come obiettivo dell’esistenza la continua acquisizione di beni materiali. Un famoso ecologo Barry Commoner ha scritto: “Non è facile comprendere i problemi dell’ecosfera per una mente moderna. L’ecosistema sembra restare estraneo alla cultura contemporanea. Ci siamo per troppo tempo abituati a considerare eventi singoli e isolati, ciascuno dipendente da una precisa, unica causa. Ma nell’ecosfera ogni effetto è anche una causa: le deiezioni di un animale o la sua carcassa diventano nutrimento per i batteri del terreno; gli escreti dei batteri nutrono a loro volta le piante e gli animali mangiano le piante […]”. Abbiamo spezzato il cerchio della vita trasformando i suoi cicli senza fine in eventi umani di tipo lineare: il petrolio viene estratto dal sottosuolo, distillato a carburante, bruciato in un motore e convertito in fumi nocivi che vengono emessi nell’atmosfera. Alla fine di questa linea c’è lo smog. Altre alterazioni che l’uomo ha provocato a danno dei cicli ecologici sono l’emissione di prodotti chimici tossici, di liquami, di montagne di rifiuti, testimonianza del nostro straordinario potere di lacerare il tessuto ecologico che ha garantito, per milioni di anni, la vita del nostro pianeta.” La maggioranza dei climatologi ritiene la questione climatica l’emergenza primaria del nostro tempo, ma i continui allarmi non hanno inciso significativamente sulla prevalenza delle cause rappresentate dalle emissioni di gas serra. Nel 2023 le emissioni di gas climalteranti, prodotte dal settore energetico, da quello agricolo-forestale, industriale e dai rifiuti, sono continuate a salire raggiungendo un nuovo record storico di 57,1 miliardi di tonnellate (Gt) di CO2 equivalente, in aumento dell’1,3% rispetto al 2022. Il mondo continua ad andare nella direzione opposta a quella verso cui dovrebbe rapidamente voltarsi. Non poteva che, venire dal Mondo agricolo e dal territorio della Capitanata, la discontinuità da un modello ad alta intensità di carbonio e la ricerca di una produzione agricola coerente con il benessere psicofisico del cittadino/ consumatore oltre la ricerca di significativa autonomia produttiva. Il Progetto Rete Spac, in collaborazione con l’Università di Foggia persegue questi ambiziosi obiettivi: autonomia energetica conseguiti con vettori decarbonizzati produzione agricola sostenibile e coerente con il concetto di “ genuinità come base del buon vivere”. L’obiettivo dell’accordo di Parigi del 2015 per limitare l’aumento delle temperature globali si sta allontanando sempre più. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha annullato l’adesione degli Stati Uniti agli Accordi di Parigi e quindi delle politiche atte ,a ridurre i gas che alterano il clima attraverso la cattura del calore. Il mondo ha lottato a lungo, per mitigare il cambiamento climatico. Gestire le conseguenze sarà probabilmente ancora più difficile. Oltre alla riduzione delle emissioni l’altra strategia, per rispondere ai cambiamenti climatici si chiama adattamento. L’adattamento climatico comporta la predisposizione per le siccità più severe, le ondate di calore prolungate, le precipitazioni estreme, gli incendi più grandi e l’innalzamento del livello del mare che accompagnano l’aumento delle temperature. Richiede ai paesi di unirsi per migliorare la modellazione climatica e alle comunità di “ difendere” le infrastrutture, adattando la pianificazione rendendola resiliente al clima. Nel 1856, la scienziata americana Eunice Foote fu la prima a scoprire e documentare che, l’anidride carbonica intrappola il calore. Ipotizzava che con l’aumento della quantità di anidride carbonica nell’atmosfera, il pianeta si sarebbe riscaldato. Tuttavia, solo nel 2015, negli accordi di Parigi sul clima, molti governi si impegnarono a limitare l’aumento della temperatura media globale a non più di due gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali (anche se preferibilmente 1,5 gradi). Nel 2018, l’International Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo di scienziati che analizza e consiglia le strategie climatiche delle Nazioni Unite, avvertì che superare 1,5 gradi per un periodo prolungato avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per il globo, tra cui il collasso degli ecosistemi, e che ogni frazione di grado di aumento della temperatura avrebbe peggiorato significativamente questi effetti.
Le emissioni di carbonio sono probabilmente più elevate oggi di quanto non lo siano state negli ultimi 800.000 anni, secondo i campioni di carote di ghiaccio dell’Antartide, che contengono bolle di gas che forniscono una registrazione storica delle concentrazioni di anidride carbonica. L’anno scorso, il mondo ha assistito al più grande aumento della temperatura media annuale da quando gli scienziati hanno iniziato a misurare il carbonio atmosferico all’Osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii nel 1958. La NASA ha stabilito che nel 2024 le temperature hanno superato il limite di 1,5 gradi Celsius. E secondo Climate Action Tracker, un progetto scientifico indipendente con sede in Germania, nessun singolo paese è sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi dell’accordo di Parigi. Gli ultimi anni hanno messo in luce la devastazione che le temperature più elevate portano con sé: solo nell’ultimo anno, inondazioni catastrofiche in Brasile e Spagna, incendi distruttivi in Canada e Cile e una profonda siccità nel bacino del Rio delle Amazzoni. Le acque oceaniche più calde degli ultimi 400 anni hanno causato un massiccio sbiancamento dei coralli lungo la Grande barriera corallina australiana, causando un calo del 41 percento della copertura corallina nel 2024. Il più grande declino da quando è iniziato il monitoraggio a metà degli anni ’80, una tale perdita minaccia il crollo degli ecosistemi marini, l’interruzione delle catene alimentari e un crollo delle popolazioni ittiche. Nel frattempo, il bacino atlantico ha subito temperature della superficie del mare record che hanno alimentato lo sviluppo di 18 grandi eventi, tra cui la prima formazione di un uragano di categoria 5 mai registrata nella regione, l’uragano Beryl a luglio. L’uragano Helene, un uragano di categoria 4, ha portato venti di burrasca e devastazione a 300 miglia nell’entroterra in parti degli Stati Uniti che non avevano mai sperimentato una tempesta così potente. Secondo Accu Weather, il danno totale causato dagli uragani negli USA per il 2024 è stato stimato in 500 miliardi di dollari. E la California sta ancora vivendo una stagione di incendi apparentemente infinita che ha bruciato parti di Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti, fino alle fondamenta. Il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana, ma una realtà presente. La Cina ha intrapreso quella che potrebbe essere la più grande impresa infrastrutturale della storia, il South–North Water Transfer Project, progettato per portare l’acqua dal sud del paese al suo nord scarso di acqua. I Paesi Bassi, dove gran parte del territorio si trova già sotto il livello del mare, hanno lanciato il Delta Program che include massicci investimenti in infrastrutture e pianificazione per l’innalzamento del livello del mare e mitigare le inondazioni in aree densamente popolate. La strategia di Singapore “città in un giardino” incorpora tetti verdi, giardini verticali e zone umide urbane per controllare le inondazioni e ridurre le temperature urbane. Il Brasile ha costruito un milione di cisterne nel suo nord-est semiarido per garantire un’adeguata fornitura d’acqua durante le lunghe stagioni secche. Secondo la compagnia di assicurazione internazionale Munich Re, le perdite globali per calamità naturali nel 2024 ammontavano a circa 320 miliardi di dollari, con il 93 percento dei danni causati da catastrofi meteorologiche. Il totale era significativamente più alto delle medie aggiustate per l’inflazione per le perdite correlate a calamità naturali negli ultimi dieci anni.


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